Associazione Sanatan Dharma Babaji

La reincarnazione

«Ma io vi dico che Elia è già venuto e non lo hanno riconosciuto; anzi, gli hanno fatto tutto quello che hanno voluto; così anche il Figliuol dell’uomo ha da patire da loro». Allora i discepoli compresero che aveva parlato di Giovanni il Battista.” (Vangelo di Matteo, capitolo 17, v.12).

“Tutti i profeti e la legge hanno profetato fino a Giovanni e se volete accettarlo, egli è quell’Elia che doveva venire.” (Vangelo di Matteo, capitolo 11, v.13-14).

Quando i farisei interrogarono il Battista su chi egli fosse e quale fosse l’autorità attraverso cui avrebbe compiuto la sua missione, gli proposero tre personaggi, di cui uno naturalmente morto, cioè Elia e poi il Messia o il Profeta. Questo indica, se non altro, l’accettazione della possibilità che un profeta del passato possa reincarnarsi in futuro. L’argomento è oltremodo complesso e meriterebbe un trattato a sé, nonostante questo, data la sua importanza e attualità, cercherò di sintetizzarne, nei limiti del possibile, i suoi punti fondamentali in linea con le mie conoscenze. Sulla base di alcune rivelazioni, dei miei studi e delle mie esperienze, ritengo che rispetto al fenomeno della reincarnazione, ciò che sostiene l’induismo e ciò che sostiene il cristianesimo, siano visioni, per quanto apparentemente contrapposte, attraverso una visione d’insieme e per certi versi innovativa, possibilisticamente complementari. Questa complementarietà può essere desumibile attraverso la conoscenza dei cicli temporali e i relativi significati che caratterizzano il nostro pianeta, come più ampiamente spiegato alla quarta sezione. In questa visione unitaria entrambe le tradizioni sono indissolubilmente legate e rappresentano aspetti diversi, ma integrabili, della realtà divina. Nel caso specifico, l’induismo e il cristianesimo sono indissociabili come il passato con il futuro ed entrambi devono ritrovarsi. Del resto, questa visione unitaria tra cristianesimo e induismo e in un senso più ampio, tra Oriente e Occidente non era una novità per molti maestri orientali del passato come, ad esempio, Paramahansa Yogānanda (Mukunda Lal Ghosh) e il suo guru Yukteswar Giri (Priyanath Karar), nonché per Shrī Hairākhan Babaji Mahāvatār. La realizzabilità o meno del concetto di reincarnazione nella specie umana, secondo specifiche conoscenze è legato ai kalpa (sanscrito: cicli) e vediamo il perché. L’induismo è la religione più antica rispetto all’ebraismo, al cristianesimo e all’islamismo, cioè le tre religioni tradizionalmente considerate abramitiche e monoteiste e un principio fondamentale della sua antica tradizione è proprio la reincarnazione. Le altre due maggiori religioni che professano la reincarnazione sono il buddhismo e il jainismo. Inutile dire che come il cristianesimo origina storicamente dall’ebraismo (così come lo stesso concetto di messia o messianismo), così il buddhismo e il jainismo, originano storicamente e filosoficamente dall’induismo, rispetto al quale sono molto posteriori. Per comprendere ciò che intendo a proposito della reincarnazione, è necessario tenere presente le distanze temporali tra le diverse religioni. L’induismo è più antico del cristianesimo come dell’ebraismo stesso e questo, come tutto nel mondo e in natura, non è casuale. Infatti, tutte e tre le tradizioni testimoniano fasi diverse dell’evoluzione spirituale dell’essere umano e dell’umanità. Alcuni insegnamenti esoterici sostengono che con l’avvento dell’era messianica (circa duemilaquindici anni fa con la nascita di Gesù Cristo, il decimo avatāra), la reincarnazione delle anime ha cominciato gradualmente a diminuire, da quel momento, lentamente ha cominciato a ridursi la frequenza del processo reincarnativo il cui fine sarebbe una transitoria interruzione, nel senso di un sua modificazione per come la reincarnazione è stata tradizionalmente intesa sino ad oggi. Questo in vista all’approssimarsi dell’avvento temporale contraddistinto dall’entrata nel Dvāparayuga, intorno al 2658, che astronomicamente coinciderà con l’eone dell’Acquario e che segnerà la fine dell’era messianica e l’inizio dell’era ascensionale, dove ogni anima raccoglierà i frutti di tutte le sue incarnazioni e sarà attraverso quell’esperienza finale che dovrà e potrà far entrare dentro di sé l’amore divino, l’eone dell’Acquario segna la fase successiva del mahāyuga esotericamente definita con il termine “ascensione”. Verso il termine di un passaggio planetario relativamente più ampio (al cui interno si manifesta l’era messianica), cominciato circa 5117 anni fa, tutte le personalità delle diverse incarnazioni, appartenenti a differenti linee spaziotemporali, hanno cominciato a convergere nell’esperienza “finale” dell’anima, anche a mezzo dell’esperienza di numerose incarnazioni vissute all’insegna del necessario campo di battaglia tra principi inferiori e superiori caratterizzante il Kālīyuga, non a caso denominata l’età nera, questo per preparare la consapevolezza interiore alla fase ascendente o di risalita, i cui maggiori effetti saranno visibili con l’entrata nel Dvāparayugasandhi iniziale, che coincide con l’inizio dell’eone dell’Acquario, intorno, come già detto, al 2658. Tutto questo porterà ad una graduale interruzione temporanea dell’attuale ciclo di reincarnazione o samsāra che lascerà il posto ad un samsāra successivo, il quale si verificherà all’interno di un campo energetico diverso e più evoluto. Quando viene detto, in ambito cristiano, che questo è l’unico corpo, al quale poi seguirà un “corpo trasfigurato”, in un certo senso è vero ed è un concetto legato all’attuale epoca ovvero all’attuale fase coscienziale dell’anima, celebrata dall’avvento di Gesù Cristo. La focalizzazione su vite future in cui potersi redimere o il tentativo di ricordare vite precedenti, in questo particolare momento planetario, può essere involutivo e fuorviante, in quanto distoglie dalla consapevolezza che queste ultime incarnazioni segnano il compimento dell’era messianica, il passaggio alla fase temporale successiva, procrastinando la giusta urgenza che deve esserci in ognuno, ora e qui, nel presente e non in possibili vite future, è importante con tutto noi stessi perseguire il bene o sanātanadharma, perché siamo, relativamente, vicini al punto di passaggio tra Kālīyuga e Dvāparayuga, come esaurientemente spiegato alla quarta sezione. Dunque, le incarnazioni attuali sono in assoluto le più importanti per l’evoluzione spirituale dell’essere umano. Quale che sia, per ogni singolo individuo l’ultima incarnazione, nell’attuale ciclo samsarico, lo sa solo Dio, la Coscienza universale. Cionondimeno, il fatto che possa essere l’ultima incarnazione di questo particolare ciclo in questo mondo, non significa che ciascuno viva in un corpo sano, con una mente sana, una sfera emotiva equilibrata, il tutto accompagnato da una profonda consapevolezza spirituale, ma semmai che quest’ultima incarnazione racchiude tutto ciò che nel bene e nel male, è il frutto finale, in questo ciclo, del percorso evolutivo di quell’anima. Da una prospettiva evolutiva umana, in questa incarnazione finale, qualunque essa sia e in qualsiasi momento si verifichi, vi è tutto ciò che necessita a quell’anima, in questo particolare ed importante periodo planetario. Dal momento che generalmente, non sappiamo quale sia questa incarnazione “finale” e l’urgenza dei tempi attuali è reale, l’ideale sarebbe, ad ogni modo, considerare questa stessa vita, con questo stesso corpo, questa mente e questa emotività, come se raccogliesse in sé, l’essenza più vicina di sempre alla propria anima affinché essa stessa possa usare, con una forza maggiore, il libero arbitrio in tutta la sua potenza per prendere posizione tra Dio e Satana, tra Īshvara (Signore) e māyā o illusione terrena, tra bene e male, tra dharma e adharma o comunque si preferisca definire questi due aspetti dell’universo. Questa incarnazione potrà, per qualcuno o per molti, non sembrare la migliore delle incarnazioni possibili ma ciò che a volte appare come un ostacolo o un impedimento, visto da una prospettiva più ampia e spirituale è una grande opportunità e ciò che più terrenamente, può apparire come una grande opportunità o fortuna, sempre da quella prospettiva può essere un grande ostacolo. Di questi tempi, dove l’illusione terrena è così forte, mai fermarsi alle apparenze. In quest’ottica, la presente, andrebbe interpretata come l’unica vita, intendendo l’ultima di questo stadio coscienziale che può permettere all’essere umano di “salvare” l’anima in questa fase conclusiva dell’era messianica (l’era della purificazione e della redenzione), di questo mahāyuga planetario. Sinteticamente, l’emiciclo planetario discendente si è concluso e quello ascendente è in atto e questo indicherebbe che le incarnazioni attuali sarebbero le ultime, ma non in senso assoluto, bensì rispetto all’insieme di alcune linee spaziotemporali tra loro collegate e relative all’emiciclo discendente (che si è concluso, come vedremo alla quarta sezione, nel 498 d.C.) quindi in riferimento al passato di questa linea temporale ma anche a linee temporali alternative nelle quali questo attuale passaggio temporale non è stato superato secondo gli adeguati requisiti divini, sono linee spaziotemporali alternative a questa che non hanno prodotto dei buoni risultati e in cui gli eventi attuali (sia collettivi che individuali) si sono rivelati insormontabili per la maggioranza delle monadi umane le cui personalità sono rimaste intrappolate (quindi in una certa misura anche le anime) in queste particolari linee che da un punto di vista sistemico si sono rivelate fallimentari. In queste linee alternative certe esperienze sono già state fatte ma non sono state superate per la maggior parte delle monadi umane, in tal senso questa è concretamente un’ulteriore possibilità di superare questo difficile limite karmico. La ripetibilità o la similarità di determinate esperienze personali relative ad un contesto costituito da un insieme di più linee spaziotemporali alternative ma sempre simili a questo presente, in cui le entità umane s’incarnano, può essere ragionevolmente alla base del misterioso fenomeno conosciuto come déjà vu. Ad ogni modo, nessuno, eccetto Dio, può avere la certezza di quale sia l’ultima incarnazione per ciascuno in questo specifico samsāra. Tutto questo è da collegare alla “fine dei tempi”, all’escatologia apocalittica, al giorno del giudizio cristiano, alla kranti di cui parlava Shrī Hairākhan Babaji ed è una delle probabili motivazioni più plausibili per cui l’entità conosciuta come la Regina della pace a Medjugorje ha detto nei suoi messaggi che questa sarebbe stata l’ultima volta in cui sarebbe venuta e più volte ha parlato di quest’epoca come di un’epoca particolare e risolutiva che va letta secondo il significato escatologico della lotta tra bene e male, come del resto, ha chiaramente detto dal 1970 al 1984 Shrī Hairākhan Babaji Mahāvatār. Questa è una delle possibili ragioni per cui, a mio avviso, l’entità che comunica i suoi messaggi in ambito cristiano e che viene identificata come la Madonna (non mi riferisco solo a Medjugorje, ma a La Salette, Fatima, Garabandal, ecc…) cerca di non focalizzare gli individui sul concetto di reincarnazione, perché, in effetti, in questo periodo, oltre a non essere più così necessario, potrebbe favorire una curiosità malsana e improduttiva (che non è infrequente) e un possibile adagiamento spirituale. Ma per chiarezza, se approfondiamo la conoscenza del cristianesimo primitivo, vediamo che non è sempre stato così. Per capire ciò che intendo è necessario fare una sintetica, seppur sistematica, disamina di come questo concetto spirituale e metafisico ha attraversato i millenni e i secoli nella storia dell’essere umano. Nell’antichità del mondo occidentale, ma sempre posteriormente all’induismo, cioè intorno al quinto-quarto secolo prima di Cristo, il concetto di reincarnazione, come il suo credo, era diffuso nelle scuole filosofiche come la scuola platonica o nei movimenti religiosi quale l’orfismo (VII–VI secolo a.C.), da lì si sviluppò e divenne uno dei principi basilari di tutto il misticismo neoplatonico pagano i cui maggiori rappresentanti furono Plotino, Giamblico e Proclo. La reincarnazione è contemplata anche nel manicheismo (III secolo d.C.) come in alcune sette derivate dall’islamismo, ad esempio, quella dei drusi (XI secolo d.C.). In Occidente, tra i primi a sostenere la dottrina della reincarnazione sembrano essere stati Pitagora (VI secolo a.C.) e i pitagorici, probabilmente sulla base di preesistenti culti orfici. La reincarnazione fu accolta, successivamente, presso ambienti cristiani poi definiti eterodossi, nel senso di differenti rispetto al culto dominante cristiano. I primi cristiani, come i membri di gruppi gnostici quali i valentiniani, gli ofiti e gli ebioniti, includevano la reincarnazione tra i loro insegnamenti più importanti. Dopo le generazioni iniziali del cristianesimo primitivo, troviamo i primi padri della Chiesa come Giustino (100-165 d.C.), san Clemente Alessandrino (150-220 d.C.) e Origene (185-254 d.C.), i quali pur non accettando in toto il tema della reincarnazione insegnavano, ad esempio, la preesistenza delle anime, concetto legato comunque a uno degli aspetti della reincarnazione poi rifiutato successivamente dal cristianesimo, il quale ritiene che l’anima dell’individuo nasca con questo stesso corpo e che quindi non possa avere una sua propria esistenza anteriormente alla nascita in questo mondo. Il concetto di reincarnazione e quello di preesistenza dell’anima vennero rigettati con il sinodo provinciale del 543 e il Quinto Concilio del 553 adducendo come motivazione principale che fosse in conflitto con una corretta comprensione del concetto di redenzione. Tra i Vangeli gnostici che parlano di reincarnazione c’è il Pistis Sophia o Libro del Salvatore, scritto in lingua copta probabilmente nella seconda metà del III° secolo. Narra di Gesù risorto che comunica delle rivelazioni segrete (penso ai dieci segreti di Medjugorje, ecc…), come in altri Vangeli gnostici, ai discepoli, tra cui vi sono, Maria Maddalena, la Madonna e Marta. In questo testo gnostico verrebbe prospettata la possibilità della reincarnazione, ma in vista di un suo superamento finale (e questo è in linea con quanto detto prima). Di questo testo ne sono state ritrovate varianti tra i Codici di Nag Hammâdi nel 1945. Nonostante il tema della reincarnazione non sia presente, almeno esplicitamente, nella Torah scritta e nel Talmud, va detto che la credenza nella reincarnazione non è estranea neanche all’ebraismo, sebbene non raggiunga la radicalizzazione strutturale e metafisica che ha raggiunto nell’induismo, ciononostante forse ne arricchisce il contenuto e la portata facendo risaltare degli aspetti particolari che nell’induismo e nel buddhismo vengono affrontati da prospettive diverse ma ad uno studio approfondito compatibili ed integrabili. Nel misticismo esoterico ebraico, la reincarnazione è definita ghilgul ed è esposta nella cabala ovvero la componente mistico-esoterica della religione ebraica basata in buona parte sul valore mistico-occulto delle lettere alfabetiche ebraiche, considerate letteralmente sacre e grazie alle quali vengono estrapolati dai testi sacri significati nascosti e più profondi rispetto a quelli che possono essere compresi dallo studio consueto. Nella visione esoterica dell’ebraismo la reincarnazione verte intorno alla trinità che compone l’essenza umana: nefesh, ruach e neshamah (o neshamà) che in relazione ai termini utilizzati in questo contesto, sono tre aspetti che possono essere paragonati, rispettivamente, ai concetti metafisici di personalità inferiore (corpo mentale, emotivo ed eterico-fisico), anima e monade o spirito. Il gilghul ebraico verte intorno alla rettificazione intesa come armonizzazione finale di questi tre principi che dopo le loro apparentemente distinte esperienze, devono convergere in un’unica manifestazione divina, come poi realmente sono, riscoprendo il legame sacro ed atavico che lega nefesh a ruach e ruach a neshamah. Gli esempi potrebbero continuare ma credo siano sufficienti, almeno per aprire un sano e aperto dibattito e offrire elementi di studio e approfondimento per chi è interessato a questa controversa tematica. Aggiungerei inoltre, che presumendo che la reincarnazione sia un aspetto della verità (cosa che credo fermamente anche se non in un ottica prettamente tradizionale), se generalmente l’essere umano, perlomeno coscientemente e in condizioni normali, non ha alcun ricordo delle sue incarnazioni precedenti è perché evidentemente il sanātanadharma non lo prevede e questo è, a mio avviso, coerente con il concetto stesso di karma, in quanto i ricordi di altre vite potrebbero precludere la spontaneità dell’esperienza, inficiandone la necessaria autenticità che serve per un reale superamento di certi condizionamenti karmici. Ancora rispetto al fenomeno soprannaturale di Medjugorje, non volendo in questo contesto né avvalorare né screditare il valore e la consistenza di queste apparizioni, secondo me, almeno due aspetti è possibile evidenziarli. Se la Regina della pace, in un contesto come quello cristiano attuale, nel senso del suo totale rifiuto ad accettare temi come quello della reincarnazione e avendo perlopiù o comunque molti devoti di religione cristiana al suo seguito, avesse affermato esplicitamente che la reincarnazione ha un suo senso logico metafisico e spirituale anche se in termini diversi rispetto a quello prettamente tradizionale, cosa avrebbero scatenato i sei veggenti intorno a loro se già ora, nonostante la rispettosa, almeno manifesta, adesione all’istituzione cattolica, hanno avuto ed hanno non pochi problemi, nel farsi accettare in ambito strettamente e rigorosamente cattolico? Non avendo peraltro avuto al momento, ancora, il riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa che la soprannaturalità divina degli eventi sia reale e che dunque l’entità che si presenta come la Regina della pace sia effettivamente la Madonna. Inoltre, non è illogico ritenere che la Regina della pace stessa non possa rivelare totalmente tutto e a tutti (come altri maestri incarnati o canalizzati fanno da sempre) ma solo ciò che è maggiormente recepibile e comprensibile alla folla con la quale decide di o con cui deve, relazionare, al contesto religioso in cui opera e in ultima istanza alla sua missione divina. Ad ogni modo, che diverse cose all’interno di questo contesto mariano non possano essere dette nella loro totalità e sia necessario ometterle, lo dimostra palesemente la presenza ricorrente degli stessi segreti nella tradizione di molte apparizioni mariane (come quella di La Salette o di Fatima) costante che caratterizza anche l’attuale fenomeno di Medjugorje.

(Tratto dal libro “L’amore e la fine dei tempi” di Jāriyama, Capitolo 4, seconda sezione).

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