L’illusione della morte

Spesso l’essere umano crede di poter dare una spiegazione a tutti i fenomeni che in qualche modo lo riguardano, prendendo in considerazione soltanto ciò che cade sotto la sua percezione più immediata ovvero il piano di esistenza fenomenico, quello sensibile, fisico-denso. Questa approssimazione, questa illusione che tutto si riduca solamente a ciò che l’essere umano, attraverso i suoi limiti oggettivi, percettivo-sensoriali, riesce a percepire e quindi ad “interpretare” e che rientra nelle sue categorie sensoriali, ha condotto molti a ritenere che con la morte del corpo fisico, finisca tutto e che ad attenderli ci sia il “nulla”. Nella migliore delle ipotesi si arriva a credere che alla fine della vita ci sia una sorta di giudizio che stabilirà il luogo in cui le anime verranno direzionate. Secondo gli insegnamenti mistici ed esoterici delle maggiori tradizioni antiche, nonché secondo gli insegnamenti dei maestri spirituali, la realtà è più complessa di così, la vita, intesa in senso assoluto, va oltre ciò che appare all’essere umano senziente e fa parte di un progetto cosmico che neanche i maestri più elevati conoscono fino in fondo. Esistono vari piani di esistenza nei quali l’anima vive le sue esperienze, il piano fisico è uno di questi, quello dove il tempo scorre più velocemente, quello più soggetto all’illusione, tra quelle dimensioni di coscienza che offrono meno libertà di altre. La morte è tecnicamente un passaggio da un piano di esistenza ad un altro, da una modalità percettiva ad un’altra. La vita terrena è solo una breve esperienza che l’anima individuale compie nell’infinito cammino verso il Divino e nel cosmo. È un’esperienza che l’anima aggiungerà a tutte le altre esperienze che ha già vissuto, è un’occasione che Dio offre all’essere umano per migliorarsi, per conoscere e sperimentare i vari, infiniti, linguaggi del suo amore, per avvicinarsi a Lui, perché l’essere umano, attraverso l’anima è parte di Lui. In realtà niente va perduto, anche credere questo è un’illusione, perché l’amore che lega le anime può vivere in eterno e le persone che abbiamo amato veramente, le ritroveremo…un giorno. La Bhagavadgītā dice che: “Certa è la morte per ogni nato, certa è la vita per ogni morto. Essendo ciò inevitabile è inutile lamentarsi” (cap.2 v.27). In questo breve verso, di uno dei testi più sacri dell’induismo, si nascondono grandi verità, l’eternità dell’anima, la molteplicità delle incarnazioni fisiche, l’illusione della morte, come in un certo senso, della nascita. Illusione non perché non esista quel particolare passaggio che definiamo morte, ma perché il significato e il senso che gli viene comunemente attribuito non sono quelli reali, ma sono il frutto di interpretazioni errate ed incomplete, alimentate da quel senso di vuoto e di fine che la morte lascia dentro a coloro che perdono qualcosa o qualcuno di caro. L’anima, in sanscrito ātman, è potenzialmente eterna ed è l’inizio e il mezzo di tutte le esperienze che abbiamo vissuto e che ci troveremo a vivere in futuro. È il collegamento tra lo spirito più elevato, la monade o paramātman e i vari livelli della materia, attraverso cui la coscienza monadica può fare esperienza in questo universo, identificabile, più specificatamente, come vedremo, in un multiverso. Il lavoro dell’anima continua anche dopo la morte del corpo, perché le emozioni continuano a vivere e i pensieri a condizionare la percezione delle cose, attraverso i corpi sottili, inferiori e superiori, che non si disgregano con la morte del corpo fisico, ma continuano ad esistere e ad esperire in altre dimensioni spaziotemporali. A volte, come è stato specificato in diverse canalizzazioni spirituali su questa tematica, l’anima che ha lasciato il corpo fisico, aiuta altre anime, che si trovano a vivere esperienze di distacco simili a quelle che ha vissuto in Terra, quando era incarnata, che siano anime incarnate o siano sul punto di lasciare anch’esse il veicolo fisico. Questo è amore, l’amore è mettere le proprie esperienze passate, più o meno dolorose, ma sempre fondamentali, per noi e per il tutto, al servizio degli altri, è alleviare le sofferenze altrui avendo vissuto, sofferto e superato, metabolizzandole, le proprie, è la legge di Dio che si manifesta oltre la morte e vince su di essa e che trova nella libertà dell’anima la sua applicazione pratica ed immediata, perché l’amore e la capacità di amare, non si esauriscono con l’incarnazione fisica e con questa dimensione spaziotemporale, ma eventualmente vengono amplificate proprio dal trapasso. A questo punto del capitolo desidero trattare alcune teorie scientifiche moderne che vertono intorno alla fisica quantistica, le quali potrebbero dimostrare, da un punto di vista scientifico, l’esistenza dell’anima o coscienza e la sua sopravvivenza alla morte fisica, ad evidenziare il fatto che questo, come altri temi che fino a poco tempo fa erano appannaggio solo della religione, della spiritualità in generale, inclusi il misticismo e l’esoterismo, ora vengono affrontati anche dalla scienza e di come, peraltro, siano in considerevole sintonia rispetto agli insegnamenti antichi e dei maestri spirituali. Una di queste teorie di fisica quantistica che analizza, secondo il metodo scientifico, l’esistenza dell’anima è conosciuta come la teoria quantistica della coscienza. Questo studio teorico afferma, sintetizzando, che l’anima è uno dei principi strutturali fondamentali di tutto l’universo e che essa sarebbe strutturata attraverso informazioni quantistiche contenute nel sistema nervoso le quali alla morte del corpo fisico non si distruggono né si deteriorano ma vengono come riconsegnate all’universo da cui peraltro proverrebbero. Questa teoria sostiene che l’esistenza dell’anima è dimostrabile attraverso le stesse leggi che regolano la fisica quantistica. Gli sviluppatori di questa moderna teoria sono il medico statunitense Stuart Hameroff, professore emerito presso il Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia e direttore del Centro di Studi sulla Coscienza presso l’Università dell’Arizona e il fisico quantistico e cosmologo britannico di fama mondiale Sir Roger Penrose. Questa teoria considera il cervello come una sorta di computer biologico, sostenendo che le informazioni che viaggiano all’interno delle reti sinaptiche composte da più di 100 miliardi di neuroni sono il risultato di un processo interattivo tra i microtubuli e le informazioni quantistiche. I microtubuli sono piccolissime strutture intracellulari costituite da proteine, essi hanno un diametro apparente di circa 25 nm (nanometri). I microtubuli, secondo tale studio, sarebbero i più idonei a sostenere l’elaborazione quantistica. Pare che recentemente siano, appunto, state scoperte la presenza di vibrazioni quantiche in questi microtubuli all’interno dei neuroni cerebrali. Sembrerebbe anche che le vibrazioni quantiche nei suddetti microtubuli, ad un livello più profondo, condizionino il ritmo delle onde cerebrali ovvero i ritmi EEG. La nostra coscienza in questo senso è il risultato di queste connessioni tra microtubuli e informazioni quantistiche. Una volta sopraggiunta la morte fisica e quindi cerebrale, ma anche cardiaca e il cuore smette letteralmente di pompare il sangue, sempre secondo questa teoria, i microtubuli smettendo di funzionare, perdono il loro stato quantico, ma senza che questa inevitabile perdita dovuta al decesso fisico, comprometta o distrugga le informazioni che in essi sono contenute. Questo avverrebbe in quanto l’informazione quantistica all’interno dei microtubuli non può essere distrutta, ma torna alla sua fonte che è il cosmo, in altre parole è come se venisse riconsegnata al cosmo da cui deriva. Tali informazioni quantistiche sarebbero in grado di esistere senza l’ausilio di un corpo fisico e a tempo indefinito. Tale teoria fisica si avvicina, con le dovute approssimazioni, a quel concetto che le diverse religioni hanno da sempre definito anima. Questa non è l’unica teoria del genere in ambito scientifico. C’è un’altra teoria, elaborata dallo scienziato americano, dottore Robert Lanza, che pare sia stato votato, dal New York Times, come il terzo più importante scienziato in vita. Lanza, è un esperto di medicina rigenerativa e direttore scientifico della Advanced Cell Technology Company e recentemente ha deciso di approcciarsi alla fisica quantistica e all’astrofisica. Secondo Lanza gli universi paralleli esistono. Egli avrebbe elaborato una teoria, denominata Biocentrismo, intorno al 2007, con l’articolo titolato “A New Theory of the Universe” (Una Nuova Teoria dell’Universo), apparso in The American Scholar, tale teoria è stata ulteriormente perfezionata intorno al 2009, in collaborazione con l’astronomo Bob Berman. La teoria di Lanza sosterrebbe, anch’essa, che la morte della coscienza non esiste. Il credere alla morte come termine ultimo della coscienza, secondo tale teoria, è un superficiale, approssimativo errore di valutazione legato alla convinzione sbagliata, che sia il corpo a generare la coscienza, allora, in tal caso, quando il corpo muore, la coscienza termina, ma la realtà è, secondo Lanza, un’altra. Il nostro corpo riceverebbe la coscienza alla stessa maniera, ad esempio, di un decoder che riceve i segnali satellitari, in questo caso la coscienza, logicamente, non potrebbe finire con la morte del veicolo fisico. La coscienza esisterebbe al di fuori del tempo e dello spazio come, secondo un concetto quantistico, i quanti stessi ed essendo essa stessa quantica, come dimostrerebbe lo studio teorico di Hamerloff e Penrose (vedere sopra), è non-locale e quindi in grado di essere ovunque, nel corpo ma fuori da esso (mi vengono a mente, a tale proposito, gli antichi testi di filosofia induista, con i quali le analogie sono evidenti). Lanza afferma che il multiverso è una realtà ed è l’unica spiegazione possibile del nostro universo relazionato ai fenomeni quantici scoperti dalla fisica moderna, nel senso che universi multipli possono esistere simultaneamente. In uno di questi universi paralleli, il corpo può essere morto ma in un altro continuare ad esistere, assorbendo la coscienza che si è trasferita in questo universo, nel senso però di un mondo simile, anche se mai perfettamente uguale a quello da cui la coscienza è migrata. La teoria del multiverso moderna riprende quella del matematico e fisico statunitense Hugh Everett III (1930-1982), dove nella sua tesi di laurea presso l’Università di Princeton, sosteneva che in ogni momento, l’universo si divide in innumerevoli strade che in qualche modo, proseguono autonomamente rispetto a quella da “noi” intrapresa, queste strade si trovano in universi simili e a loro volta si suddividono in altrettante “possibilità” ed altrettanti universi, potenzialmente all’infinito. Ognuno di questi universi sarebbe abitato da altrettanti alter-ego di noi stessi impegnati in altre azioni, in altre realtà, simili ma sempre, in parte, diverse. Questi universi ospiterebbero gli “altri noi” che vivono scelte e possibilità che noi in questo universo non abbiamo fatto e non abbiamo colto. Siamo nel 1980 quando il fisico e docente russo Andrei Linde, scienziato dell’Istituto del Lebedev della fisica, ha sviluppato la teoria di universi multipli, attualmente è professore di Fisica alla Stanford University. Linde spiega che gli universi multipli (che paragona a delle “sfere”) non sono consapevoli della loro reciproca e simultanea esistenza, ma costituiscono parti di uno stesso universo fisico. Ci sono dei dati che inoltre, supporterebbero l’idea che il multiverso sia una realtà, dati ricevuti dal telescopio spaziale Planck lanciato dall’ESA (European Space Agency), l’Agenzia Spaziale Europea, nel 2009 che oltre a fornire, nel corso del 2013, dati ulteriori sull’universo primordiale e sulla sua datazione (che anziché in 13,7 miliardi di anni, come si credeva, è stata stimata in 13,82 miliardi di anni), ha elaborato la mappa più completa del cosmo dopo il Big Bang. Attraverso questi dati gli scienziati hanno creato una mappa accurata della radiazione cosmica di fondo o fossile, del nostro universo. In cosmologia, questa radiazione, spesso definita, CMBR, Cosmic Microwave Background Radiation, è la radiazione elettromagnetica residua prodotta dal Big Bang (cioè dall’inizio della formazione dell’universo), che continua a permeare l’universo. Laura Mersini-Houghton, fisica e cosmologa albanese che insegna Fisica all’Università del Nord Carolina a Chapel Hilldal dal gennaio 2004, sostiene, insieme ai suoi colleghi, che esistono delle anomalie nella radiazione cosmica di fondo (le nanoonde), perché il nostro universo è influenzato da altri universi vicini. Laura Mersini sarebbe arrivata a questa conclusione anche grazie le rilevazioni del satellite WMAP (Wilkinson Microwave Anisotropy Probe), lanciato il 30 giugno 2001, è un satellite che misura quello che rimane delle radiazioni dovute al Big Bang, appunto la cosiddetta radiazione cosmica di fondo. Nell’anno 2003, il WMAP rileva una macchia fredda nella radiazione cosmica di fondo dal diametro di circa 900 milioni di anni luce. Laura Mersini ha sostenuto che tale anomalia potrebbe essere il segno dell’interazione del nostro universo con un altro universo. Sempre secondo la Mersini questa scoperta rientrerebbe nella concreta possibilità di un gran numero di universi coesistenti con il nostro. Al termine del 2008 il satellite WMAP era ancora attivo, la sua dismissione è avvenuta nell’ottobre 2010. È almeno dal 2005 che gli studi di Laura Mersini vertono intorno al multiverso. Concludo il capitolo rilevando come queste teorie sono sensibilmente in linea sia con diverse rivelazioni fatte dai maestri spirituali in questi anni, come potete vedere, ad esempio, nel messaggio di Shrī Babaji, n.9, ottava sezione, titolato: “La coscienza nello spaziotempo”, sia con le speculazioni filosofiche dell’India antica, come il vedānta e il tantrismo e sia con alcuni aspetti del misticismo esoterico ebraico. Anche per questa ragione ho deciso di trattare tali argomenti. È comunque interessante come la fisica quantistica, in questa e in altre tematiche, analizzi questioni che prima erano limitate al mondo del soprannaturale, dando spiegazioni che a volte, forniscono i mezzi per comprendere ancora meglio certi concetti mistici, esoterici o spirituali. In ogni caso, ritengo che le scoperte attuali e future della fisica quantistica, aprano e apriranno nuovi scenari sulla comprensione di diversi concetti universali e metafisici. Anche perché se esiste un Dio, tutto gli appartiene, compresa la scienza e certe scoperte, seguendo tale credenza, non possono verificarsi al di fuori del disegno cosmico che è stato previsto per la specie umana, per ciascuno di noi e che comprende ogni cosa dell’esistente. 

(Tratto dal libro “L’amore e la fine dei tempi” di Jāriyama, Capitolo 2, terza sezione).

© Copyright. Tutti i diritti sono riservati