Verità, Semplicità e Amore

La prima forza (shakti) o emanazione (sephirah)

La prima forza (shakti) o emanazione (sephirah)

Dic 24, 2016

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Interpretazione metafisica delle nove forze o emanazioni, secondo la quale l’essere umano e il sistema di cui fa parte sarebbero il risultato della diversa combinazione tra queste forze. Tale teoria metafisica (presentata nel libro di G.Montalbano: “L’amore e la fine dei tempi”), attinge, primariamente, da tre correnti: la metafisica induista (in particolare tantrica), la cabala ebraica e la teosofia, ma anche da speculazioni relative ad alcuni più o meno recenti fenomeni medianici come quello di A.A.Bailey (dai quali si è strutturata in maniera sistematica, la concezione dei sette raggi) e dell’Associazione Sanātan Dharma Babaji. Rispetto a tale concezione, ogni individuo (come ogni altra cosa, animali, piante, musiche, ecc…) sarebbe, prevalentemente, sotto l’influsso di una di queste forze, in diversa combinazione con le altre, e questo condizionerebbe tutto il suo modo di essere e di percepre la realtà, nonché la stessa concezione del Divino. Il seguente estratto concerne l’analisi di una delle sette emanazioni strutturato, come suddetto, inizialmente dalla medium A.A.Bailey (con il termine “raggi”), ma le cui origini sono da individuare nella tradizione metafisica induista ed ebraica, come ampiamente spiegato nel libro “L’amore e la fine dei tempi” di G.Montalbano. Semplificando, secondo tale sistema ciascun individuo, inteso sia come anima o ātman che come personalità inferiore o jana, è il risultato di una o più di queste emanazioni, forze o raggi. La forza, raggio o emanazione che caratterizza l’anima (ātman) non cambia ma rimane la stessa ad ogni incarnazione e rappresenta l’aspetto più profondo e basilare dell’individuo, invece, la forza che contraddistingue la personalità (jana) caratterizza il temperamento relativo alla singola incarnazione di quello specifico spaziotempo, e può modificarsi ad ogni incarnazione, in ogni caso la sua manifestazione ed espressione risente ed è strettamente collegata alla forza primaria che qualifica l’anima. In un individuo l’emanazione dell’anima e quella della personalità, sono tra i fattori fondamentali che definiscono il suo assetto energetico. 

Cominciamo il nostro studio con la prima forza.

“La prima forza o emanazione, Keter Elyon (la prima sephirah), la Volontà primordiale, Ichchhā shakti (la prima forza tantrica), il Desiderio di essere, esistere e sopravvivere, è Kālī shakti, la prima suprema mahāvidyā, la forza volitiva, distruttiva e trasformatrice di Mahakāla, il grande tempo o controllore del tempo, un aspetto di Shiva, il Padre. Solo questo potente aspetto divino ha il potere e la forza di eliminare tutto ciò che ostacola l’espansione dell’amore cristico o vaishnava che quindi impedisce alla creazione divina di entrare in manifestazione. È l’amore primordiale, potente ed istintivo dell’aspetto più antico che per rendersi comprensibile agli esseri umani ha bisogno dell’intervento della Madre divina, del Figlio e dello Spirito Santo. Nonostante questa sua caratteristica, essendo la prima emanazione ha un legame viscerale con tutto ciò che è antico, quindi inconscio, sia ad un livello planetario che individuale e dovendo mantenere inalterato il programma creativo che caratterizza il suo particolare ciclo, all’interno del quale le altre emanazioni devono operare e proprio per questo suo legame con l’inconscio collettivo e individuale, dispone di una istintiva e potente forza attrattiva nei confronti delle altre emanazioni, per permettere ad ognuna di riconoscere in qualsiasi momento il legame con il Padre, quindi con la fonte e mantenere così inalterato il Sanātanadharma, aiutando le altre emanazioni a non perdere se stesse, cioè la consapevolezza della loro frequenza primaria e fondamentale, proteggendo lo schema creativo dagli attacchi di chi vorrebbe distruggerlo. Secondo uno dei postulati fondamentali di tutto l’esoterismo, ovvero, ciò che è in “alto è in basso” e ciò che è nel microcosmo è nel macrocosmo e viceversa, è possibile, attraverso uno studio delle caratteristiche iconografiche, rappresentative e tradizionali di questo aspetto del Divino (come di ogni altro aspetto), Shiva, comprenderne meglio il tipo di manifestazione energetica. Gli antichi attraverso, appunto, la legge di corrispondenza, raffiguravano queste divinità accompagnate da animali distinti, come ci ricorda l’Induismo. Questo serviva per percepire nell’immediato, per chiunque, quale particolare energia manifestasse quel deva e questo è vero per ogni aspetto del Divino, non solo per Shiva. Shiva è l’unico aspetto della trimūrti con l’epiteto di Mahādeva, ossia, grande deva ed è l’unico che nei testi sacri induisti viene invocato, dagli altri due aspetti, quando il male assume una forza tale da mettere in difficoltà gli stessi Vishnu e Brahmā, esotericamente il Figlio e lo Spirito Santo: “Molto tempo fa, quando la Terra fu sul punto di essere sommersa dal diluvio cosmico, Vishnu assunse l’aspetto di un cinghiale (Varahāvatāra) e riuscì a salvarla. Fu allora che Shiva gli disse: «Dal momento che hai esaurito la missione divina per cui ti sei trasformato in cinghiale ora devi lasciare questa forma. La Terra non può più reggerti ed è esausta, piena di passione e nell’acqua si è riscaldata. Ha avuto da te un terribile embrione e quando nascerà, sarà un demone avverso agli dèi e al dharma. È necessario che tu abbandoni la forma attrattiva del cinghiale.» Vishnu fu d’accordo con Shiva, ma poi conservò il corpo del cinghiale e seguitò ad accoppiarsi con la Terra, la quale alla fine prese le fattezze della femmina di un cinghiale. Trascorse molto tempo e la Terra partorì tre figli. Contornato dai figli e dalla moglie, Vishnu dimenticò totalmente ciò che a suo tempo promise a Shiva, di abbandonare il corpo del cinghiale. I figli mentre giocavano insieme distruggevano tutti i mondi, ma Vishnu non riusciva a fermarli per via del grande amore che provava per loro, contemporaneamente la passione per la moglie aumentava sempre di più. Fu così che pensò alla promessa che fece a Shiva e lo pregò di ucciderlo. Allora Shiva assunse la forma della leggendaria e feroce fiera Sharabha e uccise Vishnu con i suoi tre figli, in questo modo l’essenza di Vishnu fu liberata dalla forma di cinghiale che la teneva prigioniera.” (Kālikā Purāna, 30, 1-42; 31, 1-153). Per questa sua caratteristica nel riportare l’ordine e il ricordo immanente e primordiale della legge suprema, è considerato il Mahādeva o Grande Dio, il Padre, l’aspetto della trinità più antico e potente. Egli è l’unico aspetto del Divino che ha la capacità innata di conoscere il male più profondo dell’universo, insieme alla cura per contrastarlo. Questa sua caratteristica ne delinea, tradizionalmente ed iconograficamente, da sempre, il ruolo cosmico e divino di distruttore e trasformatore. Essendo aspetti divini che per la loro natura trascendente sono oltre la comprensione umana, spesso in ogni tradizione religiosa vengono associati a dei simboli per rendere accessibili e comprensibili agli esseri umani concetti, significati e percezioni che altrimenti rimarrebbero inafferrabili. Secondo la concezione antica, le energie divine compenetrano tutta la creazione e per tutti gli esseri umani è, in linea di principio possibile, attraverso le caratteristiche degli animali associati ai vari aspetti del Divino, avere se non altro un’idea anche se parziale, dell’essenza manifestata da quello specifico aspetto del Divino. Gli animali, secondo la legge delle nove forze, a differenza degli esseri umani, manifestano anche nel loro aspetto fisico e nelle loro forme, in maniera immediatamente evidente, il tipo di emanazione che li caratterizza e che varia da specie a specie. Questo rende facilmente percepibile, all’esperto come al profano, il tipo di stato di coscienza che quella specifica emanazione e l’aspetto del Divino corrispondente, manifestano, incarnano e rappresentano. Nello specifico, tornando a Shiva, alcuni degli animali con cui sovente è rappresentato sono la tigre e il cobra. Questi animali vengono definiti nell’Induismo: vāhana, termine sanscrito che significa letteralmente “veicolo”, in quanto appunto veicoli terreni di questo mondo, attraverso i quali è possibile, come già detto, per ognuno comprendere, in parte, alcune delle caratteristiche delle essenze divine che dovrebbero rappresentare. Essenze divine che naturalmente, da una prospettiva religiosa e mistica, trascendono questo mondo e i suoi abitanti. Una similitudine di questo processo potremmo riscontrarla, ad esempio, nella figura simbolica dell’agnello nel Cristianesimo. La tigre, indica l’azione protettiva di Shiva nei confronti dell’energia dell’amore cristico del Figlio ed in senso lato, della parte pura presente in ogni suo figlio appartenente a questa creazione, cioè la sua monade o paramātman, nonché della materia primordiale, Mūlaprakriti, “incarnata” dalla Madre divina (cioè la sacra piattaforma purificata e consacrata dallo Spirito Santo, la terza emanazione), materia che serve come veicolo di espressione all’energia cristica, senza la quale questa fondamentale energia, rimarrebbe solo un principio inespresso e lontano da questo mondo. La stessa incarnazione è possibile grazie alla materia consacrata di cui ogni singola particella vibra, almeno originariamente (come nei bambini), in sintonia con l’amore materno della Madre divina, unica vera dispensatrice di qualsiasi forma materiale. La tigre indica l’aspetto protettivo di Shiva nei confronti di tutto questo. Il cobra, ricorda il peculiare contatto che Shiva ha nei confronti del “veleno” illusorio della materia, il tamas guna, l’unica qualità della materia, secondo la tradizione induista, connessa direttamente all’illusione terrena e demoniaca, il cui potere velante (āvarana shakti), distrugge la memoria spirituale e ottenebra la coscienza, aumentando gli attaccamenti terreni e la sete di soddisfarli, portando le anime inesorabilmente a perdersi nell’oblio di se stesse. Shiva è l’unico che può bere questo veleno e toglierlo al mondo, salvandolo, per questo è considerato tradizionalmente, il Signore del tamas e il distruttore, nonché signore dei demoni o asura. Il vāhana tradizionale di Shiva è Nandin un toro bianco, sia come simbolo diforza, vigore, potenza e tenacia e sia come purezza, connessa al colore bianco. La simbologia del toro bianco è molto importante per capire la manifestazione di Shiva all’interno della creazione, intanto come potenza virile fecondante in relazione alla Shakti-Materia e poi rispetto al fatto che nonostante sia considerato, dalla tradizione hindū, Signore del tamas e degli asura e quindi sia costantemente in contatto con l’aspetto più nero e profondo della creazione (il colore associato al tamas guna è il nero o kālā), la sua natura è permeata di sattva, il cui colore caratteristico è, appunto, il bianco o shukla. Il colore bianco associato al suo vāhana, esprime un aspetto fondamentale dell’azione di Shiva e cioè come egli porti il sattva (rappresentato dalla luce divina) a contatto con gli abissi oscuri della creazione facendo rifulgere la luce divina nelle profondità delle tenebre e permettendo così alle azioni successive, come quella di Vishnu, di entrare in manifestazione. Egli è associato alla fonte della prima forza o emanazione divina. L’elemento sottile associato alla prima emanazione è il fuoco o tejas sūkshmabhūta, il cui calore trasmuta da uno stato all’altro è l’unico elemento che non può essere toccato senza provocare dolore. Lo scopo primario di questo aspetto distruttivo e trasmutativo dell’universo è la volontà di esistere, la frequenza dello spettro elettromagnetico visibile, ad essa associata, è il rosso. Da un punto di vista ayurvedico, c’è il concetto di prakruti, in questo ambito utilizzato per stabilire la costituzione individuale. Tale concezione si struttura intorno ai tre dosha o principi bioenergetici, che sono, da quello più sottile a quello più denso: vāta, pitta e kapha i quali, in linea con il sāmkhya, sono formati dai sūkshmabhūta o elementi sottili. Vāta è costituito da ākāsha (etere) e vāyu (aria), pitta da tejas (fuoco) e āpas (acqua), kapha da āpas e prithvī (terra), ogni dosha è, inoltre, costituito da proporzioni diverse dei triguna, sattva, rajas e tamas, vāta da sattva, rajas e una ridotta componente di tamas, pitta da rajas, tamas e subordinatamente sattva, kapha da tamas, sattva ed una piccola percentuale di rajas. Per dirla in due parole, vāta è associato al movimento e all’espansione, pitta alla trasformazione e kapha alla stabilità e al consolidamento. Per un vaidya, o un serio operatore ayurvedico, è possibile stabilire, a quale prakruti appartiene un individuo, ovvero quella che, tradizionalmente, viene definita costituzione psicofisica. La costituzione viene definita rispetto alla dominanza di uno dei tre dosha sugli altri. Anche nella tradizione ayurvedica, curiosamente, il numero sette ha la sua importanza, infatti vengono contemplate sette tipologie costituzionali. Ognuna di queste sette tipologie è integrabile con ciascuna delle sette forze, con una precisazione; non è possibile stabilire sistematicamente, in un individuo, dalla sua prakruti, da quali emanazioni e pianeti, nella sua complessità, è qualificato e condizionato, però è certamente possibile avere importanti indizi. Detto questo, tra le sette tipologie costituzionali ayurvediche, la prima forza è compatibile con la prakruti a pitta dominante.”

Estratto dal libro “L’amore e la fine dei tempi” di Giuseppe Montalbano (Jāriyama), quinta sezione, terzo capitolo: “Gli alter ego e le nove forze (shakti) o emanazioni (sephiroth)”, disponibile in formato elettronico su Amazon Kindle Store, Google Play Book Store, Streetlib Store, Apple iBook Store, Bookrepublic.

© 2015 Giuseppe Montalbano. Tutti i diritti sono riservati.

 

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